Una riflessione sullo spirito del Natale
Il vangelo secondo Luca narra che mentre i pastori
di Betlemme facevano la guardia al loro gregge, un angelo del Signore
disse loro : «Oggi, nella città di Davide,
è nato per voi un Salvatore, che è il Cristo, il
Signore» (Luca 2:8-10).
Proprio in questi giorni – precisamente il 25 dicembre
–, la tradizione cristiana ricorda questa nascita che
costituisce il centro e il punto di svolta della storia
dell’umanità.
Rispetto alla Pasqua e alla Pentecoste, la celebrazione del Natale
– natalis domini – ha
un’origine più tarda : il quarto
secolo… Innanzi tutto questo è avvenuto
perché non vi era, come nel caso delle altre
festività, alcun precedente nell’Antico Testamento
e, poi, perché il Nuovo Testamento non fornisce dati
sufficienti per stabilire la data dell’effettiva nascita di
Gesù di Nazaret.
Ma la questione più importante non è tanto quella
della data quanto quella dello spirito del Natale… Qual
è il significato del Natale? Quale senso ha questa
celebrazione? Il Natale dovrebbe essere la celebrazione
dell’incarnazione del Figlio di Dio.
È con questa celebrazione che si apre la storia dei vangeli:
Nel principio era la Parola, la Parola era con Dio, e la Parola era Dio. […] E la Parola è diventata carne e ha abitato per un tempo fra di noi, piena di grazia e di verità; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre. […] Nessuno ha mai visto Dio; l’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere (Giovanni 1:1, 14, 18)…
In un passo succinto, l’apostolo Paolo parla
dell’incarnazione considerando la deità del Figlio
nell’eternità, la sua amorevole umiliazione nel
tempo, e la sua esaltazione di nuovo
nell’eternità:
Cristo Gesù, pur essendo in forma di Dio, non considerò l’essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò sé stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò sé stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre (Filippesi 2:6-11)…
Quindi, al cuore della spiritualità del Natale sta il
mistero del vero Dio che si fa uomo per distruggere la potenza del
male, e per riconciliare il creato col Creatore. Il Figlio di Dio
è venuto per cercare e salvare l’uomo, il quale
è stato rovinato dal peccato e dalla corruzione
inarrestabile che genera. Tuttavia, osservando quanto succede
in genere in questi giorni, sembra che queste verità non
abbiano niente a che fare col Natale.
Dobbiamo sapere che l’eclissi del vero spirito natalizio, non
dipende esclusivamente dal consumismo e dall’edonismo del
tempo presente. Già nell’antichità
– addirittura già nello stesso quarto secolo!
– si era perso il senso della gloria
dell’incarnazione del Figlio di Dio. Gli storici hanno ben
documentato che il connubio tra Impero e chiesa nel quarto secolo ha
prodotto non solo dei cambiamenti civili e culturali per i cristiani,
ma ha avuto anche un potente effetto sulla spiritualità dei
cristiani. Fino a quel momento, l’adorazione si era svolta in
case modeste o nei luoghi appartati frequentati da persone che
appartenevano ai ceti più umili della società
(cfr. I Corinzi 1:26). Adesso, dopo che la chiesa è stata
corteggiata dal mondo, i cristiani escono dai loro tuguri e dalle
catacombe e si adattano ai potenti dell’impero e alle masse
pagane in Europa e nel Medio Oriente. I vescovi, che un tempo erano i
primi ad essere perseguitati, ascendono ad alte funzioni pubbliche. Con
lo sviluppo della gerarchia ecclesiastica il culto cristiano, una volta
semplice e spirituale, diventa suntuoso, elaborato e imponente. La
chiesa aveva deposto le umili vesti della servitù e si era
adornata degli splendidi abiti imperiali. I vescovi, che
oramai nella vita dell’Impero avevano preso il posto degli
antichi governatori romani, si rivolsero alle arti classiche per
abbellire l’austera adorazione cristiana. Ebbe
così inizio la sublime impresa creativa
dell’architettura, della scultura, della pittura, della
poesia e della musica “cristiana”, e al posto dei
templi pagani si cominciarono ad elevare verso il cielo le cattedrali.
Anche il numero dei rituali e delle festività
aumentò notevolmente. Tuttavia, ciò che
fu guadagnato esteriormente fu perduto spiritualmente.
Inoltre, molte pratiche pagane s’insinuarono nel culto
cristiano con nuovi nomi e, seppure furono battezzate con
l’acqua, non furono battezzate con lo Spirito e col fuoco del
Vangelo. E così, già nel quarto secolo, a Natale
si commemorava la nascita del Redentore associandola ai divertimenti
sfrenati delle celebrazioni religiose pagane.
A quanto pare, le cose non sono cambiate molto dal quarto secolo!!!
Non è forse vero che il più delle volte la nostra
religiosità è esteriore e formale? Non
è forse vero che preferiamo lo sfarzo e lo scintillio delle
feste pagane alla mangiatoia di Betlemme? Non è forse vero
che preferiamo le inebrianti gioie della cultura mondana al calice
amaro della salvezza? Il problema non è che il cristianesimo
sia contrario alla gioia; piuttosto siamo noi ad essere refrattari alle
vie di Dio e per questo viviamo seguendo i nostri pensieri e i nostri
desideri, voltando le spalle alla parola di Dio.
Vorrei concludere questa breve riflessione con alcune esortazioni.
Andrea Ferrari