Riflessioni sul maremoto nel sud-est asiatico alla luce del Vangelo
Note di un sermone
predicato domenica mattina 2 gennaio 2005 da Andrea Ferrari
Pastore della
Chiesa Cristiana Evangelica “Filadelfia” di Novate Milanese
Testo biblico: Luca 13:1-9
Introduzione
Tutti quanti noi siamo stati profondamente
colpiti dagli eventi tragici e inaspettati che si sono abbattuti su diverse
popolazioni in Oriente… Dinanzi alla sofferenza e alla tragedia il nostro
problema è lo stesso che abbiamo dinanzi all’amore, alla nascita di un bambino o
alla trascendenza: pur non avendo parole sufficienti per spiegare la grandiosità
di queste realtà, sono proprio loro a definire il vero significato
dell’esistenza umana… Ci sono alcune riflessioni preliminari che vorrei fare su
quanto accaduto…
In primo luogo, questa calamità mostra l’impotenza e la limitatezza dell’uomo… . Siamo vulnerabili e indifesi in un mondo più grande e forte di noi… Eppure, l’uomo moderno è convinto di avere la capacità, mediante la scienza e la tecnica, di spiegare, conquistare e controllare tutta la realtà… Gli eventi di questi giorni hanno smentito ancora una volta questa illusione, riportandoci brutalmente alla sobrietà… Dopo quanto avvenuto, tutti noi abbiamo ascoltato gli “scienziati” dare delucidazioni e chiarimenti alla televisione… Ascoltandoli e guardandoli sembrava che sapessero tutto e che potessero controllare tutto… Nondimeno, la scienza e la tecnica hanno fallito e non sono state in grado di evitare quanto accaduto… Albert Einstein ebbe a dire: «La Natura, o più esattamente l’esperimento, è un giudice inesorabile e poco benevolo del lavoro [dello scienziato]. Non dice mai “Si” a una teoria: nei casi più favorevoli risponde: “Forse”; nella stragrande maggioranza dei casi, dice semplicemente: “No”. Quando un esperimento concorda con una teoria, per la Natura significa “Forse”; se non concorda, significa “No”. Probabilmente ogni teoria un giorno o l’altro subirà il suo “No”» (Introduzione alla filosofia della scienza, a cura di G. Giorello, Milano, Bompiani, 1994, p. 13)… Quanto accaduto ci ha dunque riportato – almeno momentaneamente – alla sobrietà rispetto alle capacità umane…
In secondo luogo – e questa osservazione c’introduce direttamente nel vivo delle nostre considerazioni –, siamo stati posti dinanzi in modo crudo alla realtà della morte… Mentre si diceva «“pace e sicurezza”, una rovina improvvisa ci è venuta addosso» (I Tessalonicesi 5:3)… Mentre eravamo intenti a goderci il sole, il mare, lo sport, lo svago, i divertimenti e i piaceri, improvvisamente il potere della morte ci ha fiaccato senza pietà, ricordandoci che un giorno dovremo passare dal tempo all’eternità e rendere conto di noi stessi al Creatore e Signore dell’universo… Queste circostanze rendono attualissimo l’episodio evangelico narrato da Luca che abbiamo letto…
1. La
nostra condizione rispetto alla giustizia divina non è diversa da quella delle
popolazioni colpite dal disastro
a) Il problema che affronta il Signore
Gesù è quello del tentativo delle persone che si erano messe a discutere con lui
(v. 1) di autogiustificarsi in base alla credenza secondo cui le tragedie e i
disastri colpiscono coloro che lo meritano a causa del proprio peccato (cfr.
Giobbe 4:7; Giovanni 9:2)… La gente riteneva che le sofferenze scaturissero
sempre e comunque direttamente dal peccato degli individui… Ma se è corretto
collegare in generale i travagli e i dolori dell’uomo alla sua caduta e
alla conseguente oppressione satanica (cfr. Genesi 3; Romani 8:20), è sbagliato
ricondurre i casi specifici e individuali a qualche presunto
peccato… Dunque, i pellegrini Galilei che furono barbaramente massacrati da
Pilato mentre offrivano dei sacrifici a Gerusalemme e quei diciotto sui quali
cadde la torre di Siloe non erano più colpevoli degli altri dinanzi alla
giustizia divina, «perché – come spiega Giovanni Calvino – Dio amministra i suoi
giudizi in modo che mentre alcuni sono giudicati e puniti istantaneamente, ad
altri è permesso continuare a vivere a lungo negli agi e nei piaceri»
(Commentaries, XVI.ii.152, Grand Rapids, Baker Book House)… (cfr. I
Timoteo 5:24)… Perciò, nessuno può pensare di trovarsi in una migliore
posizione dinanzi alla giustizia divina solo perché non deve subire i mali e le
sofferenze che invece si abbattono su altri…
b) Per noi, questo significa che non dobbiamo pensare che, in qualche modo e per qualche ragione, siamo migliori di quelle popolazioni e di altri (turisti e professionisti stranieri) che si trovavano in quella zona della terra nel momento del disastro… Gli uomini – a prescindere dalle circostanze in cui si trovano e dalle situazioni che devono affrontare – sono tutti nella medesima condizione spirituale davanti a Dio… «Ogni uomo – cito ancora Calvino – che non è pressato dalla potente mano di Dio sonnecchia tranquillamente sguazzando nei propri peccati, come se Dio gli fosse favorevole perché in pace con lui» (Ibid., corsivo aggiunto)… Ecco l’errore: illudersi che siccome non si è colpiti come gli altri si goda del favore di Dio… Non c’è mentalità o giudizio più errato…
2.
Anche noi – per le ragioni che abbiamo visto – dobbiamo
ravvederci
a) Il Signore
Gesù non solo spiega l’errore di prospettiva di queste persone mostrando che i
sofferenti non sono più peccatori di chi non è travagliato, ma va oltre
esortando coloro che lo ascoltavano al pentimento: «Se non vi ravvedete,
perirete tutti come loro»… Vedete: invece di parlare dei malanni e della
malvagità altrui, bisogna che ciascuno di noi consideri il proprio peccato e
cerchi di ottenere per sé il perdono divino… Invece di parlare della morte di
altre persone, dovremmo riflettere sull’importanza che noi stessi siamo pronti a
comparire davanti al tribunale di Dio per essere giudicati…
b) Nel maggio del 1755 Jonathan Edwards – il teologo conosciuto come “l’Agostino d’America” – scrisse a suo figlio Jonathan Jr. che aveva dieci anni… Jonathan Jr. sapeva parlare la lingua degli indiani e perciò era stato mandato con un missionario – Gideon Hawley – per aiutarlo a comunicare con gli indiani di un villaggio a circa 300 km di distanza… Nella lettera Edwards disse al figlioletto: «Due settimane fa, di giovedì, è morto David (un ragazzino indiano) che voi conoscevate e col quale giocavate… La sua anima è andata nel mondo eterno. Non sappiamo se fosse preparato alla morte. Vedete, anche i giovani muoiono come gli anziani; David non era molto più grande di voi… Non datevi mai riposo finché non avrete delle prove sufficienti che siete convertito… Ricordate sempre che la vita è precaria, non sapete quanto vi resti da vivere e per questo dovete essere sempre pronto…» (I. Murray, Jonathan Edwards, Alfa & Omega, p. 447, corsivo aggiunto)… Non sappiamo quanto ci resta da vivere, e per questo dobbiamo essere sempre pronti!!!
c) Questi giorni dovrebbero essere per noi giorni di riflessione e di pentimento… Non ripartiamo subito con il solito “tran tran” mettendo a tacere la coscienza con i soliti discorsi buonisti e moraleggianti… Dinanzi alla realtà della nostra impotenza e della morte, riconciliamoci davvero con Dio per camminare non secondo i nostri pensieri e i nostri desideri, ma secondo la sua volontà…
3.
Consideriamo la pazienza e la severità di Dio
a) La parabola narrata dal Signore per dar
seguito all’esortazione al pentimento pone le persone dinanzi alla pazienza e
alla severità di Dio… Gesù spiega ai suoi interlocutori due cose con questa
parabola:
- spiega
che se loro sono ancora in vita, non essendo stati colpiti da una qualche
tragedia simile a quelle menzionate poco prima, è perché Dio è paziente volendo
dar loro un’opportunità per pentirsi e tornare a lui…
- ribadisce che se non
si terrà conto della pazienza di Dio, presto il giudizio si abbatterà su di
loro…
b) E noi, come rispondiamo alla pazienza di Dio e all’offerta del suo perdono?
Andrea Ferrari